Donne, agricoltura, foreste, rurale: contare per contare

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Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso il ruolo delle donne nel settore primario, ma la loro presenza numerica non sempre si traduce in reale partecipazione ai processi decisionali. In agricoltura le donne guidano il 31,5% delle aziende, spesso più piccole ma fortemente orientate a diversificazione, innovazione e sostenibilità. Nella filiera forestale la presenza femminile resta limitata. La sfida è passare dalla semplice visibilità a una piena partecipazione nella governance, valorizzando competenze e leadership femminili

Gli Autori di questo articolo sono Catia Zumpano e Raoul Romano del Crea

Negli ultimi anni, il tema della partecipazione femminile nel settore primario ha progressivamente guadagnato attenzione nel dibattito scientifico e nelle politiche di sviluppo rurale. Tuttavia, il passaggio da una presenza “numerica” a una reale capacità di incidere nei processi decisionali resta ancora incompleto. In questo senso, il tema del “contare per contare” assume un valore strategico: misurare la presenza delle donne non è sufficiente se tale presenza non si traduce in riconoscimento, rappresentanza e ruolo attivo nella definizione delle politiche. In questa ottica si muove l’Osservatorio delle Differenze di Genere nel settore Primario e nei territori Rurali (ODGPR) istituito presso il Centro di Politica e Bioeconomia del CREA.

Agricoltura femminile: tra vulnerabilità strutturali e capacità trasformative

Perché è importante partire dai numeri ma, anche, non fermarsi ai numeri

Nel settore primario “contare” non è un esercizio neutro: significa rendere visibile chi lavora, chi decide, chi innova lungo le filiere e nei territori. Farlo, prendendo come focus le donne, non è un’operazione semplice e neanche scontata. Esse, di fatto, rappresentano un universo composito e complesso, dinamico e colorato che, però, allo stesso tempo, presenta anche pennellate di grigio, che ne sfumano alcuni ruoli. Pertanto, la descrizione del loro mondo richiede una certa cautela, soprattutto se ci si appoggia alle statistiche ufficiali.

Ma cosa dicono i dati statistici ufficiali?

I dati del 7° Censimento Agricoltura ISTAT restituiscono un quadro articolato. In Italia, le aziende agricole a conduzione femminile rappresentano circa il 31,5% (circa 366.000 aziende) del totale, ma presentano caratteristiche strutturali differenti rispetto a quelle maschili: dimensioni aziendali più contenute (7,7 ettari contro 12), minore incidenza nei giovani (solo 27% dei giovani imprenditori) e, una produzione standard mediamente più bassa (27.562 euro, circa la metà della maschile).

Tali elementi vengono spesso interpretati come fattori di debolezza. Tuttavia, una lettura più attenta evidenzia come queste caratteristiche possano riflettere scelte produttive e organizzative orientate alla diversificazione, alla qualità e alla sostenibilità.

Una lettura meramente descrittiva dei dati, tuttavia, non restituisce fino in fondo il contributo effettivo delle donne alla gestione aziendale, spesso assorbito nelle categorie di “coadiuvante” e “manodopera familiare”. Dietro queste definizioni si collocano, in molti casi, ruoli sostanziali nelle scelte colturali, nella trasformazione, nella vendita e nelle attività di diversificazione. È qui che il tema del “contare per contare” mostra tutta la sua rilevanza: non basta registrare una presenza, se poi gli strumenti statistici non riescono a riconoscere chi realmente partecipa alle decisioni e orienta l’evoluzione dell’impresa. Il criterio del conduttore unico, ancora prevalente nelle rilevazioni ufficiali, fatica infatti a intercettare la crescente diffusione di forme di co-conduzione, particolarmente evidenti nelle aziende familiari e nelle realtà guidate da coppie giovani.

La concentrazione delle aziende agricole femminili in alcune aree del Paese non è necessariamente sintomo di residualità del settore agricolo.

I dati territoriali mostrano una maggiore concentrazione delle aziende a conduzione femminile nelle aree rurali intermedie e in quelle con problemi di sviluppo, cioè in contesti segnati da fragilità infrastrutturali e carenza di servizi. Questo elemento viene spesso letto come effetto della scarsità di alternative occupazionali e della minore mobilità femminile, condizionata anche da vincoli familiari e culturali. Si tratta di fattori certamente rilevanti, ma non sufficienti a spiegare il fenomeno. In molti casi, infatti, questa presenza può essere interpretata anche come espressione di resilienza, adattamento e capacità progettuale in territori difficili. Le indagini qualitative disponibili mostrano come, per molte donne, la scelta agricola si accompagni a una diversa idea di lavoro e di vita: più attenzione alla qualità del tempo, ai ritmi naturali, al controllo della propria traiettoria professionale e alla costruzione di modelli di sviluppo alternativi a quelli più frenetici e standardizzati. È una lettura che invita, ancora una volta, a non fermarsi al dato quantitativo, ma a interrogare ciò che quel dato rivela in termini di orientamenti, strategie e trasformazioni sociali.

“Più piccole” non significa “più deboli”

La minore SAU media delle aziende femminili (7,7 ettari contro 12) viene spesso assunta come prova di una persistente fragilità strutturale. È un dato importante, ma non può essere letto in modo automatico. Se da un lato riflette gli ostacoli ancora presenti nei percorsi di accesso delle donne alla terra e alle risorse produttive, dall’altro può anche rinviare a modelli organizzativi differenti, fondati su una gestione più diretta, flessibile e attenta alla qualità. In molte situazioni, la dimensione contenuta dell’azienda favorisce infatti la combinazione tra più attività, l’introduzione di innovazioni di processo e una maggiore cura delle relazioni con il territorio e con i mercati. Anche in questo caso, dunque, il punto non è negare le disuguaglianze, ma evitare che la misura dimensionale venga assunta come unico criterio di valutazione. Contare le superfici è necessario; comprendere come quelle superfici vengano organizzate, presidiate e valorizzate è ciò che consente davvero di cogliere il ruolo delle donne nei processi di trasformazione dell’agricoltura.

Diversificazione: un vantaggio competitivo femminile, ma…

Dall’analisi dei dati sulle attività connesse svolte in azienda agricola, spicca che l’80% delle aziende femminili sviluppa attività multifunzionali (broadening) contro il 61% di quelle maschili. È una traccia forte di capacità imprenditoriale orientata a introdurre, accanto all’attività agricola, nuove funzioni, e testimonia come siano state le donne, per prime, a promuovere un più forte apertura delle aziende al territorio e alla comunità locale; “ad aprire i cancelli” alle scuole, dando vita alle fattorie didattiche; a invogliare i turisti a visitarle (evidente, il ruolo pioneristico svolto nelle aziende vitivinicole con l’apertura delle cantine) e a pernottare nelle stesse (l’agriturismo); a incorporare del valore aggiunto nella produzione aziendale sostenendo la vendita diretta in azienda, oppure intercettando canali di vendita alternativi a quelli tradizionali, quali i gruppi di acquisto solidali e l’e-commerce. Si tratta di attività che contribuiscono non solo alla diversificazione del reddito, ma anche al rafforzamento della coesione territoriale e dell’identità rurale.

Tuttavia, la forza raggiunta in questo ambito non può tradursi in una collocazione esclusiva o stereotipata dell’imprenditoria femminile. Ricondurre le donne soprattutto alle attività di cura, accoglienza o trasformazione significa ridurre la portata innovativa del loro contributo. La diversificazione e la multifunzionalità vanno invece lette come indicatori di un’agricoltura capace di integrare sostenibilità, apertura territoriale e innovazione organizzativa, in piena coerenza con le traiettorie europee del Green Deal e della strategia Farm to Fork. In questa prospettiva, il contributo femminile non rappresenta una nicchia di adattamento, ma una chiave interpretativa per leggere le forme più avanzate del cambiamento agricolo.

Donne e foreste: una filiera strategica, ancora poco inclusiva

Un’attenzione specifica merita la presenza femminile nel comparto della filiera del bosco.

Il settore forestale: un ritardo ancora più marcato.

Se in agricoltura la presenza femminile continua a oscillare tra riconoscimento e invisibilità, nel settore forestale il divario di genere appare ancora più accentuato. Nel 2023, le imprese riconducibili alla silvicoltura e all’utilizzazione forestale (ATECO 02) sono circa 6.079, con una quota femminile pari all’11,7%.

Analogamente, nel comparto della trasformazione del legno (ATECO 16), la presenza femminile si colloca intorno a circa l’8% a fronte di oltre 20 mila imprese attive. Il dato quantitativo segnala con chiarezza una scarsa inclusione, ma rinvia anche a un problema più profondo: la difficoltà di riconoscere e valorizzare il contributo delle donne in una filiera ancora fortemente segnata da codici culturali, professionali e organizzativi di matrice maschile.

Il basso livello di partecipazione femminile non è imputabile esclusivamente a fattori economici, ma riflette anche elementi di natura culturale e organizzativa. Il lavoro forestale è storicamente associato a un’immagine maschile, legata alla dimensione fisica e operativa delle attività, e ciò ha contribuito a limitare l’accesso delle donne sia alle attività imprenditoriali sia ai ruoli decisionali. A questo si aggiunge la struttura del settore, caratterizzata da micro e piccole imprese a conduzione familiare, nelle quali i percorsi di trasmissione delle competenze tendono a riprodurre modelli tradizionali.

Nuove traiettorie: gestione sostenibile e multifunzionalità forestale

Nonostante tali criticità, il settore forestale presenta oggi opportunità importanti in relazione ai processi di transizione ecologica e allo sviluppo della bioeconomia. In questo contesto, un elemento chiave riguarda l’evoluzione del modello imprenditoriale: il passaggio da attività prevalentemente legate al taglio boschivo a forme di gestione forestale attiva e pianificata può aprire nuovi spazi per l’ingresso e il consolidamento della componente femminile. Analogamente a quanto avvenuto in agricoltura, la diversificazione delle attività – selviturismo, educazione ambientale, valorizzazione dei servizi ecosistemici – rappresenta un ambito di sviluppo in cui le competenze femminili possono svolgere un ruolo significativo. In questa prospettiva, il contributo delle donne non si limita alla dimensione produttiva, ma si estende a quella culturale, sociale e ambientale, favorendo modelli di gestione più integrati e sostenibili.

Dalla presenza alla partecipazione: il nodo della governance

Uno dei nodi più critici, comuni tanto all’agricoltura quanto alla filiera forestale, riguarda il passaggio dalla presenza alla partecipazione effettiva nei processi decisionali. La crescente visibilità delle donne nelle attività produttive, nella multifunzionalità e nei servizi collegati non trova ancora un corrispettivo adeguato nei luoghi in cui si orientano strategie, risorse e priorità di intervento: dai comitati di monitoraggio delle politiche agricole ai consigli di amministrazione dei GAL, fino agli organismi di rappresentanza e indirizzo delle filiere. Anche nell’ambito della Politica Agricola Comune, la parità di genere è rimasta a lungo affidata più a enunciazioni di principio e a misure premiali che a obiettivi realmente vincolanti. Ne deriva un approccio frammentario, che riconosce il tema ma fatica ancora a trasformarlo in leva strutturale di cambiamento.

In questo quadro, reti, associazionismo e spazi collettivi di rappresentanza assumono un valore decisivo, perché consentono di trasformare la semplice presenza in capacità di incidere. Nel settore forestale, ad esempio, la nascita della Rete Donne e Foreste rappresenta un segnale importante: non solo perché rende visibile il contributo femminile lungo l’intera filiera bosco-legno, ma anche perché contribuisce a costruire linguaggi, relazioni e riferimenti simbolici nuovi. È precisamente in questo passaggio che il “contare per contare” acquista il suo significato più pieno: i numeri servono a rendere le donne visibili, ma solo la partecipazione organizzata, il riconoscimento istituzionale e l’accesso alla governance consentono a quella visibilità di tradursi in reale potere di trasformazione.