Certificazioni biomasse legnose: differenze tra qualità, sostenibilità e tracciabilità

certificazioni biomasse legnose
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Nel settore delle biomasse legnose coesistono certificazioni diverse per obiettivi, requisiti e applicazioni. Dalla qualità del biocombustibile alla sostenibilità e gestione forestale, fino alla tracciabilità lungo la filiera: una guida per capire le differenze tra gli schemi e orientarsi tra obblighi normativi, mercato e strumenti operativi

Quando si parla di biomasse legnose e di certificazioni, ricorrono frequentemente termini generici, come sostenibilità e certificazione, che fanno però riferimento a significati e strumenti diversi tra loro. Se vengono utilizzati impropriamente, questi termini rischiano di generare confusione sia a livello tecnico sia nella loro applicazione operativa lungo la filiera. Proviamo a mettere ordine.

Certificazioni diverse per obiettivi diversi

Nel settore dei biocombustibili legnosi coesistono strumenti diversi, ciascuno con finalità e driver specifici. Tra questi, i più frequenti sono:

  • certificazioni di qualità del biocombustibile, come BiomassPlus (legna da ardere, cippato, bricchette) o ENplus® (pellet);
  • certificazioni di sostenibilità delle biomasse, disciplinate dal D.lgs. 199/2021 e, applicabili attraverso il sistema nazionale istituito dal DM 7 agosto 2024 (“DM Sostenibilità”), o schemi volontari;
  • certificazioni di gestione forestale responsabile come FSC e PEFC, unitamente alla loro catena di custodia;
  • strumenti che non costituiscono vere e proprie certificazioni, ma che vengono talvolta percepiti come tali dagli operatori forestali, in ragione degli obblighi connessi: è il caso del Registro Imprese Legno (RIL), collegato ai sistemi di dovuta diligenza previsti dai Regolamenti EUTR ed EUDR.

Questi strumenti rispondono a requisiti diversi e operano su livelli differenti della filiera. Non devono quindi essere confusi: termini generici come “certificazione” o “sostenibilità” sottendono infatti una pluralità di approcci tecnici e normativi, con implicazioni operative molto diverse per le imprese.

Driver di certificazione

A cambiare sono anche i driver che sostengono questi schemi e che spingono le aziende ad adottarli. In alcuni casi si tratta di obblighi puramente normativi, come per i sistemi di dovuta diligenza. In altri casi intervengono meccanismi di premialità, ad esempio nei bandi pubblici che riconoscono punteggi aggiuntivi alle aziende certificate. Un ruolo crescente è svolto anche dalla domanda di mercato: richieste della grande distribuzione, aspettative dei consumatori in termini di sostenibilità e requisiti posti dai clienti lungo la filiera.

In molti casi, questi driver si combinano. È il caso, ad esempio, della certificazione di sostenibilità delle biomasse nel settore industriale, dove obblighi normativi spingono le richieste dei clienti, o quello delle certificazioni di qualità (BiomassPlus, ENplus®) nei mercati domestici e commerciali, che rispondono sia a esigenze di mercato (qualità della combustione), sia a meccanismi regolatori (qualità dell’aria) e incentivanti, come nel caso del Conto Termico.

Il punto in comune: tracciabilità

Nonostante le differenze, esiste un elemento trasversale a tutti questi sistemi: la tracciabilità, che può essere affiancata a meccanismi di rintracciabilità.

Per tracciabilità si intende la capacità di seguire il materiale lungo la filiera dal produttore fino al consumatore, sul piano documentale e, quando richiesto, anche fisico.

La rintracciabilità rappresenta il processo inverso: la possibilità di risalire dal prodotto finale all’origine, ricostruendo i passaggi della filiera e i soggetti coinvolti.

Questi due elementi costituiscono la base comune su cui si fondano le diverse certificazioni e i sistemi di controllo, ma vengono declinati in modo differente a seconda degli obiettivi dello schema.

La tracciabilità inizia dalla foresta o dal prodotto?

Una prima differenza sostanziale riguarda il punto di origine della tracciabilità.

In alcuni casi, come nelle certificazioni di gestione forestale responsabile, l’origine della tracciabilità è ancorata alla fase forestale che genera la materia prima legnosa: il sistema è costruito per garantire la continuità tra il bosco e il prodotto finale. Lo stesso può avvenire anche per i biocombustibili legnosi, come nel caso dei meccanismi di tracciabilità e rintracciabilità normati dal DM 2 marzo 2010 per la produzione di energia elettrica da filiera corta.

In altri casi, invece, la tracciabilità di uno schema di certificazione può iniziare in una fase della filiera successiva a quella forestale. È il caso, ad esempio, delle certificazioni di qualità del biocombustibile, che si applicano al momento della produzione del combustibile stesso: la connessione con il bosco d’origine può essere ancora diretta, o risultare attenuata o non più ricostruibile sul piano fisico, come nel caso dei residui di segheria valorizzati a fini energetici.

Certificazioni biomasse legnose

Segregazione dei materiali: fisica, per categoria, con bilancio di massa o non richiesta

Un ulteriore elemento di differenziazione riguarda le modalità di gestione e separazione dei flussi di materiale e la necessità o meno di una loro segregazione fisica. A seconda dello schema, si possono individuare approcci diversi:

  • Segregazione fisica dall’origine, dove il materiale deve rimanere separato e individuabile lungo tutta la filiera;
  • Segregazione fisica per classe o categoria, dove i mescolamenti sono ammessi, a certe condizioni, nell’ambito di tipologie omogenee di materiale, come nel caso delle classi di qualità dei biocombustibili o dei claim nelle catene di custodia delle certificazioni forestali;
  • Segregazione amministrativa mediante bilancio di massa, anch’essa adottata nelle catene di custodia delle certificazioni forestali, nonché dalla certificazione di sostenibilità delle biomasse disciplinata dal DM 7 agosto 2024: qui il mescolamento fisico di partite diverse è ammesso (anche certificate e non), purché la conformità venga garantita attraverso la gestione documentale dei flussi;
  • Segregazione non (sempre) necessaria, per altri adempimenti di dovuta diligenza, pur con possibili distinzioni tra EUTR ed EUDR, e rendicontazioni associate, es. Registro Imprese Legno (RIL).

Queste differenze incidono in modo significativo sull’organizzazione aziendale e sulla gestione operativa delle filiere.

Non tutte le “sostenibilità” sono uguali

Un aspetto particolarmente critico riguarda l’uso del termine sostenibilità, perché a ciascun sistema può corrispondere un’interpretazione diversa di questo concetto.

La sostenibilità prevista dal DM 7 agosto 2024, ad esempio, include requisiti di efficienza energetica (applicabili agli impianti), criteri di riduzione delle emissioni di gas serra e condizioni legate alle caratteristiche e alla gestione dei terreni d’origine.

Questi ultimi, tuttavia, differiscono in larga misura dai principi e criteri di natura ambientale, sociale ed economico che definiscono le certificazioni di gestione forestale responsabile (es. FSC® e PEFC).

E ancora, pur intrecciandosi, sostenibilità e rinnovabilità sono concetti altrettanto diversi.

Verso un’integrazione degli strumenti

Il quadro che emerge è articolato e richiede un approccio consapevole. In ultima analisi, i messaggi-chiave sono tre: non confondere le diverse certificazioni, non confondere i diversi concetti di sostenibilità e sviluppare strumenti e approcci integrati di tracciabilità e rintracciabilità.

Per le imprese della filiera, la sfida è gestire in modo coordinato requisiti diversi, ottimizzando i processi e riducendo le complessità operative. Questo implica mantenere un equilibrio tra rigore normativo e sostenibilità delle operazioni, non solo sul piano ambientale, ma anche sotto il profilo gestionale, amministrativo ed economico.

In questo contesto, diventa sempre più urgente dotarsi di approcci e strumenti in grado di gestire in modo integrato i molteplici adempimenti legati alla tracciabilità dei prodotti, riducendo le ridondanze tra sistemi diversi, purtroppo spesso imposti da approcci normativi molto distanti dal pragmatismo che caratterizza le filiere forestali.